La coscienza del limite

di Fabio Mariottini

Cinquanta anni fa, da una idea di Aurelio Peccei, economista e dirigente industriale, nasceva il Club di Roma. La grande intuizione di questa poliedrica figura di imprenditore fu quella di creare un contesto in cui esperti di tutto il mondo avrebbero potuto contribuire a una riflessione sul rapporto tra risorse naturali e crescita economica. L’obiettivo per l’epoca era certamente ambizioso, perché metteva in discussione il modello che aveva determinato lo sviluppo dell’uomo nel corso dei secoli e che poggiava la sua cultura sulle capacità illimitate del pianeta. Una correlazione tra crescita e risorse naturali rivelatasi poi errata, perché nel 1972, dal rapporto commissionato dal Club di Roma al Mit (Massachusetts Institute of Technology), dal titolo The limits to growth, si dimostrava che le risorse naturali non erano infinite e un abuso di tali riserve avrebbe finito per danneggiare irreversibilmente il pianeta e lo sviluppo stesso dell’umanità. Iniziò così a farsi strada la coscienza dei limiti biofisici della Terra e diventarono evidenti i punti di fri- zione tra sfruttamento delle risorse naturali e crescita economica.
Che i tempi per queste riflessioni fossero ormai maturi si evinceva anche dalle conclusioni della prima Conferenza sull’ambiente umano organizzata dalle Nazioni Unite a Stoccolma proprio nel 1972, dove si concludeva che “le risorse naturali devono essere protette, preservate, opportunamente razionalizzate per il beneficio delle generazioni future… e la conservazione della natura deve avere un ruolo importante all’interno dei processi legislativi ed economici degli Stati”. Attraverso queste considerazioni si iniziava così a disegnare il quadro di incompatibilità tra il nostro modello di sviluppo e la capacità della Terra di supportare questa crescita. Considerazioni che aprivano un nuovo contenzioso tra economia ed ecologia mettendo in discussione l’intero sistema produttivo e perfino le regole di convivenza sociale su cui era fondata la nostra società. Questa critica, inoltre, riattualizzava la polemica ottocentesca tra Marx e Malthus.
Per il filosofo tedesco, infatti, la popolazione aveva ancora ampi margini di crescita e i guasti sulla collettività dipendevano esclusivamente dal sistema capitalistico che ridistribuiva in modo diseguale le ricchezze. Per l’economista e demografo inglese, di estrazione liberale, invece, le distorsioni economiche e sociali della società erano dovute al progressivo aumento della popolazione e dai relativi consumi.
La controversia tra le due teorie andò a incardinarsi nel momento di massi- ma espansione della rivoluzione industriale, il cui imperativo categorico era la crescita e la questione ambientale tornò così in ombra almeno fino alla fine del secolo scorso, quando, con il Summit di Rio sulla Terra del 1992, diventò di attualità nelle agende politiche di 172 Capi di Stato e di Governo. È stato però necessario arrivare ai rapporti dell’Ipcc degli ultimi anni per rimettere seriamente in discussione il nostro modello di sviluppo. Così, alla fine, il modo di fare economia è tornato in primo piano e la cura del pianeta sembra aver trovato una diversa attenzione. Molti Paesi indicano ormai un sistema di crescita che non sia improntato sull’abuso del territorio e delle risorse, ma che trovi nella valorizzazione delle materie prime seconde, nella riduzione degli scarti e nel riuso, un modo nuovo di produrre ricchezza e benessere.
È quell’economia circolare, di cui molto si parla, improntata sul bene comune e la condivisione, che dovrebbe andare a sostituire il modello “lineare” basato sul paradigma della produzione e del consumo come logica dell’accumulazione di capitale. Questa nuova forma di economia necessita però di una modificazione profonda della cultura d’impresa e di consumo. Ad esempio, alla base di questa teoria che esce fuori dai canoni ormai logori dell’estrazione/produzione/utilizzo/scarto, c’è prima di tutto la necessità di riuscire a ottenere più “valore” da ogni tonnellata di risorse naturali prelevate e rendere i prodotti più durevoli. Impresa certo non facile, perché confligge con i modelli di produzione e di consumo che sono ancora di gran lunga i più applicati dal sistema economico mondiale. Oggi si prevede infatti che le materie prime estratte (fossili, biomasse, risorse minerarie) che nel 2010 si attestavano sui 60 miliardi di ton/anno, nel 2050 passeranno a circa 140 miliardi di ton/anno, mentre i rifiuti solidi, da 1,3 miliardi di tonnellate nel 2013, si attesteranno su 2,2 miliardi nel 2025. Per ciò che riguarda i consumi, con la crescita mondiale della classe media anche nei Paesi in via di sviluppo, entro il 2030 si attende l’ingresso di 2,5 miliardi di nuovi consumatori, il 100% in più rispetto al 2013 (Circular economy, Peter Lacy- Jakob Rutquist-Beatrice Lamonica, 2016). È evidente, quindi, che il fallimento ecologico ed etico del vecchio sistema non è stato sufficiente a determinare una nuova prospettiva in tempi rapidi, ma è altrettanto chiaro che il vecchio sistema non può più funzionare mantenendone intatti i presupposti e, quindi, le basi strutturali. Ciò che necessita oggi è dunque un cambio radicale di rotta nel rapporto tra genere umano ed ecosistema.
Il mutamento di una cultura che deve passare dalla logica dello sfruttamento a quella della condivisione. Un passaggio che implica anche importanti trasformazioni della società e del modello stesso di democrazia che veda attenuarsi i disequilibri e affermarsi la convivenza fra sostenibilità ambientale e sviluppo umano.