La musica ai raggi X

di Valentina Spasaro

È appena arrivato l’autunno del 1933 quando Albert Einstein approda negli Stati Uniti. Sono passati già 28 anni dal Nobel per la fisica, eppure la sua posizione di assoluta autorità in campo scientifico non lo ha “salvato” dalle leggi razziali che lo costringono, a causa della sua fede ebraica, a lasciare la Germania. La storia di Einstein non è un caso isolato nel mondo della scienza e della cultura che non poche volte ha districato all’interno del suo tessuto, nodi stretti dalla dittatura e dalla censura.
La domanda che si sono posti Einstein e i protagonisti della nostra storia è semplice: cosa sei disposto a rischiare per condividere la tua passione? Gli USA del secondo dopo guerra ospitavano la fioritura di nuove controculture musicali e artistiche, sono gli anni del doo wop, di Chuck Berry, delle poesie di Ginsberg, la beat generation e i racconti di Kerouac, gli anni del country di Nashville e di un giovane vulcanico di nome Ray Charles. Gli Stati Uniti erano la culla di una febbricitante cultura giovanile che voleva scrollarsi di dosso i dolori della guerra con la poesia e i sudori dell’R&B: dall’altro lato della barricata, un trentenne di Mosca non aveva la possibilità di scegliere un libro da leggere o un brano da ascoltare a meno che non fosse passato dalle strette maglie del filtro dell’Unione Sovietica. La censura nell’URSS abbracciava ogni aspetto della vita dell’uomo concentrandosi in modo più emblematico sulla cultura.
Era l’approdo naturale dell’evoluzione ideologica del partito, uno strumento che con Lenin diventa il principale modo per controllare la nascita di focolai antirivoluzionari e per radicare sempre più la struttura del suo pensiero personale. L’unica traccia che doveva riscontrarsi nella danza, nella musica, nella poesia, nella letteratura, era unicamente il servizio alla causa socialista.
Tango, jazz, rock n’ roll divennero “musica dei nemici”, ma a essere proibita non era solo la musica occidentale bensì anche la musica di artisti russi non iscritti all’Unione dei Compositori Sovietici, artisti russi omosessuali e, ancora, artisti russi emigrati con un biglietto di sola andata prima della fine del secondo conflitto mondiale, non tornati in patria a condividere il progetto sovietico. In questa situazione il filo spinato del regime posto intorno la cultura venne scavalcato con non poche ferite da un ristretto gruppo di music lovers.
Alla fine degli anni ’40 il proprietario di un negozio di musica di Leningrado durante le ore di chiusura accende un apparecchio Telefunken tedesco trafugato in URSS come trofeo di guerra e lo usa per riprodurre la musica “vietata”: in questo negozio il poeta Boris Tajgin incontra Ruslan Bogoslovskij, figlio di un brillante ingegnere, e insieme decidono di incidere clandestinamente la musica occidentale che tanto amavano. Il problema era la condivisione di queste note clandestine senza dare nell’occhio e adoperando materiali la cui reperibilità fuggiva dal controllo del regime. L’intuizione è geniale: incidere con un torchio speciale lastre radiografiche usate scovate tra i rifiuti degli ospedali (le strutture sanitarie dopo un anno erano obbligate a sbarazzarsi delle radiografie perché altamente ignifughe) e creare ‘muzyka na rëbrach’, musica sulle costole, flessibile e facilmente trasportabile di soppiatto.

Tra i protagonisti della censura musicale domina la classifica dei più contrabbandati il cantante russo Pyotr Leshchenko, la sua musica è quella maggiormente presente nei dischi x-ray. Il traditore Leshchenko per il regime sovietico era colpevole di aver scelto di risiedere in occidente e dunque di supportare l’oppressione capitalista piuttosto che tornare in patria e contribuire alla marcia verso il sogno socialista sovietico. La spada di Damocle posta sulla testa di Leshchenko si fece più pesante quando iniziò a sperimentare stili che gradualmente divenivano sempre più proibiti in URSS da quando Stalin dopo la Seconda Guerra Mondiale decise di aumentare lo strangolamento culturale: i romanzi “zingari” e il tango dai gesti appassionati venivano condannati come superficiali e devianti.
A Tajgin e Bogoslovskij presto si aggiunsero molte altre persone sino a diventare un vero e proprio club, il “The Golden Dog Gang”, e ad espandersi in più punti della Russia sino ad attrarre l’attenzione del regime, essere arrestati diverse volte e in un’occasione anche rinchiusi in gulag. Ogni volta riuscivano ad uscire e subito riprendevano a produrre musica “ a raggi X”: l’incisione delle lastre radiografiche rimase in auge fino agli anni ’70. Le vicende dei bootleggers sovietici sono documentate in modo dettagliato in The X-Ray Audio Project che racchiude la storia della repressione culturale russa durante la guerra fredda partendo proprio dall’ingegno del “Rock on the bones”, la musica sulle ossa, un puro esempio di quanto la potenza dell’ingegno umano possa dilatare i propri confini specie in situazioni di oppressione e difficoltà.