Barry Commoner: salvare l’ambiente per cambiare la storia

MARCO BOSCOLO

Chiunque proponga di risolvere la crisi ambientale si propone di cambiare il corso della storia. Ma si tratta di una prerogativa riservata alla stessa storia, dal momento che un cambiamento sociale radicale può essere progettato solamente dal laboratorio dell’azione sociale razionale, informata e collettiva. Che noi dobbiamo agire è oramai chiaro.
La domanda è come.
(Barry Commoner, Il cerchio da chiudere, 1971)

Bastava stare attenti e quando si perdeva un dente da latte spedirlo per posta o consegnarlo a uno di quei signori che venivano a scuola: il premio era una spilla colorata con la scritta “Ho donato il mio dente alla scienza”. Una bella spiegazione per la “finestrella” che si apriva proprio in mezzo al sorriso di oltre 320 mila bambini americani che hanno partecipato alla Baby Tooth Survey tra il 1958 e il 1970. A ideare l’iniziativa, il Comitato per l’Informazione Nucleare di St. Louis, Missouri. Lo scopo? Mostrare al governo americano che le esplosioni nucleari portate avanti dopo la Seconda Guerra nel deserto del Nevada stavano mettendo a rischio la salute dei figli dell’America: nelle loro ossa si era accumulato dello Stronzio-90, chimicamente simile al calcio che andava a sostituire, ma radioattivo e cancerogeno.
I primi risultati preliminari della Baby Tooth Survey vengono presentati con un paper su Science il 24 novembre del 1961 e sono sostenuti da una intensa attività di divulgazione da parte dello stesso Comitato: tutti devono essere consapevoli. Il risultato “politico” arriva nel 1963, quando sotto la presidenza di John F. Kennedy entra in vigore il Nuclear Test Ban Treaty, che blocca le esplosioni sperimentali. Ed è uno dei primi successi, sicuramente uno dei più clamorosi, della carriera di scienziato e attivista di uno dei fondatori del Comitato per l’Informazione Nucleare, Barry Commoner.

DA BROOKLYN AL MONDO
St. Louis, Missouri, non è tra le mete più importanti dell’accademia statunitense e Barry Commoner ci arriva dopo un lungo giro. Figlio di due ebrei immigrati dalla Russia, Barry Commoner nasce il 28 maggio del 1917 e cresce per le strade di una multietnica Brooklyn, lontana dal glamour hipster degli ultimi anni. È un ragazzino schivo appassionato di natura. Va a raccogliere campioni biologici a Prospect Park, ma quando poi arriva il tempo dell’università deve tirarsi su da solo il danaro per poter frequentare la Columbia, dove studia zoologia, per poi finire per laurearsi ad Harvard in biologia cellulare. Dopo aver servito in marina durante la Seconda Guerra mondiale, approda alla Washington University di St. Louis, in una parabola che sembra destinata a non raggiungere vertici particolarmente elevati. Ma all’immagine di professore di provincia e lontano dal jet-set scientifico – un’immagine che non rende giustizia ai suoi risultati come scienziato – si sovrappone presto quelle dell’uomo in missione per cercare di mostrare al mondo che l’allarme per l’ambiente sta suonando e noi siamo sordi alle sue sirene.

“I CIELI SONO APPESTATI, LE ACQUE SPORCHE”
Gli anni Sessanta di Barry Commoner sono estremamente intensi. Gira, e con lui molti dei membri del Comitato, per college e università di tutti gli Stati Uniti d’America a tenere conferenze sulla necessità di cambiare l’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dell’ambiente e richiedere al governo di Washington che si doti di una concreta politica ambientale. Il clima è quello giusto per il cambiamento nella società e le sue parole cadono in un terreno fertile, aperto a temi decisivi per la società americana, tra le marce per i diritti civili e le proteste contro la guerra in Vietnam. Sul piano dell’ecologia, il dibattito è stato infuocato da Primavera silenziosa di Rachel Carson e Barry Commoner è uno dei leader, forse il più visibile, di una neonata coscienza ambientalista americana.
L’anno di svolta è il 1970, quando il 22 aprile duemila college, decine di migliaia di scuole e una folla sparsa per i quattro angoli degli Stati Uniti d’America celebrarono il primo Earth Day della storia. È una manifestazione pacifica, in cui Barry Commoner trova un’audience enorme (“una classe con milioni di studenti”, scrivono i giornali dell’epoca) per lanciare ancora una volta l’allarme: «Questo pianeta è minacciato dalla distruzione e noi che ci viviamo siamo minacciati dalla morte. I cieli sono appestati, le acque sporche […] e viviamo sull’orlo dell’annientamento nucleare: siamo nel mezzo di una crisi di sopravvivenza». E proprio Science and Survival è il titolo del suo primo libro, pubblicato nel 1963, mai tradotto in italiano, in cui chiede ai propri colleghi scienziati, cioè coloro che più di tutti dovrebbero capire come stanno le cose, di assumersi una responsabilità pubblica e non rimanere passivi di fronte ai pericoli che il mondo sta correndo sotto il profilo ambientale.
Sempre nel 1970, TIME Magazine gli dedica una copertina, contribuendo in maniera decisiva a fare di Commoner il volto del movimento ambientalista americano di quegli anni. La forza è tale che nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione il presidente Richard Nixon non può che salire sul carro degli ambientalisti, dichiarando: «La grande questione degli anni Settanta è se dobbiamo arrenderci a ciò che ci circonda, o dobbiamo fare pace con la natura e iniziare a riparare il danno che abbiamo fatto alla nostra aria, alla nostra terra e alla nostra acqua».
Parole che sembrano prese a prestito dal nuovo libro di Barry Commoner, Il cerchio da chiudere, pubblicato nel 1971 (e prontamente tradotto anche in italiano, grazie a Garzanti, nel 1972).

LE QUATTRO LEGGI DELL’ECOLOGIA
Nel suo libro più famoso, elaborazione del pensiero che ha esternato nel suo incessante ruolo di conferenziere, Commoner somma definitivamente alla sua competenza di scienziato e di ecologista anche quelle di pensatore sociale. Da sempre vicino alle posizioni della sinistra, con letture marxiste e simpatie egualitarie a fare da contorno, Commoner non è però un semplice scienziato di sinistra che si impegna per i problemi del mondo, spendendo la propria credibilità e il proprio carisma in questa o quella causa. Il suo approccio di attentissimo analista dei problemi ambientali che vede pulsare come bubboni attorno a sé lo porta, per usare una metafora che gli era cara, a “unire i puntini” tra situazioni distanti e cercare di mostrare come la crisi dell’ambiente non sia slegata dal sistema produttivo industriale e agricolo. Che a sua volta non è slegato ma, anzi, intimamente correlato alla struttura della società occidentale e alla iniqua distribuzione della ricchezza nel mondo.
Sembra di leggere un passaggio da Lo scambio ineguale, il libro del 1962 dell’economista greco Arghiri Emmanuel che denuncia la condizione di subordinazione economica e politica del Sud nei confronti del Nord del mondo. C’è una certa assonanza, ma Commoner rimane un ecologo che mette nero su bianco le sue quattro leggi dell’ecologia: ogni cosa è connessa con qualsiasi altra; ogni cosa deve finire da qualche parte; la Natura è l’unica a sapere il fatto suo; non esistono pasti gratis.
Sono quattro principi che indicano una visione del mondo sotto il profilo ecologico e socio-politico, ma bastano anche per un programma di azione concreta per evitare le catastrofi ecologiche.

LA CRITICA AL CAPITALISMO
In un’intervista rilasciata a Scientific American nel 1997, Commoner riassumeva il problema della crisi ambientale, non risolta dall’epoca dei suoi primi allarmi, così: «La crisi ambientale nasce da un problema fondamentale: il nostro sistema produttivo, dall’industria all’agricoltura, dall’energia ai trasporti, sono essenziali, ma fanno ammalare e morire la gente. Questa moderna aggressione è iniziata circa cinquant’anni fa, nel Secondo Dopoguerra […]. I nuovi metodi di produzione dell’energia elettrica e del cibo, i trasporti hanno generato merci di valore, ma hanno contemporaneamente aggredito l’ambiente in maniera violenta». A chi, come la sinistra neomaltusiana, gli controbatteva che si trattava soprattutto di un problema di sovrappopolamento e che non c’erano abbastanza risorse sul Pianeta per sostenere la crescita demografica dell’umanità, Commoner rispondeva con una metafora che era un’immagine perfetta per descrivere oltre che il problema e la sua ipotesi di soluzione, anche il suo modo di pensare. Ne Il cerchio da chiudere Commoner scrive che ridurre la popolazione per risolvere i problemi ambientali è “l’equivalente di tentare di salvare una nave che affonda alleggerendola del carico e costringendo i passeggeri a scendere. Ci si deve domandare, invece, se non ci sia qualcosa di radicalmente sbagliato nella barca”.
Da quegli anni Settanta “barricaderi”, Commoner non ha mai smesso di continuare a lanciare i propri allarmi che, piano piano si sono rivelati tristemente profetici rispetto alla crisi ambientale e, guarda caso anche politica, di oggi. Nell’ultima intervista registrata per il New York Times nel 2006, quando aveva novant’anni, Commoner non si lascia sfuggire l’occasione per tornare a ribadire il messaggio che ha ripetuto per tutta la vita, solamente aggiornandolo alla situazione odierna: «a prescindere da qualsiasi altra azione sull’ambiente, se non si comincia ora a ridurre l’uso d