Berta Cáceres e i martiri per difendere l’ambiente

VALENTINA DAELLI

Un’irruzione nella notte e otto colpi di pistola. Così è stata uccisa l’attivista Berta Cáceres nella sua casa a La Esperanza, in Honduras, nella notte tra il 2 e il 3 marzo. Una rapina finita male, per la polizia, un caso di certo non raro nel Paese con il più alto tasso di omicidi al mondo. Eppure sono in molti a vedere nella morte della donna un’esecuzione annunciata. Rappresentante della comunità indigena Lenca, Berta Cáceres era impegnata da decenni nella difesa delle risorse naturali e dei diritti del suo popolo, e da tempo denunciava le minacce subite per la sua attività di ecologista. Cofondatrice del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), Cáceres aveva ricevuto nel 2015 il Goldman Environmental Prize, un importante premio che riconosce l’impegno degli attivisti ambientalisti della società civile.

La sua uccisione va ad accrescere il numero degli omicidi di attivisti che difendono l’ambiente: più di cento dal 2002 al 2014 soltanto in Honduras, denunciava lo scorso anno il rapporto “How many more?” dell’organizzazione non governativa Global Witness. Un dato che metteva il Paese al primo posto della triste classifica con il maggior tasso di uccisioni di ambientalisti pro capite. Citata come testimonial in occasione della pubblicazione del rapporto, la stessa Cáceres accusava: “Mi seguono. Minacciano di uccidermi, di rapirmi, minacciano la mia famiglia. È questo che dobbiamo affrontare”.

Colpiti dalle forze dell’ordine durante una manifestazione o uccisi da sicari dietro mandanti ignoti, gli ultimi dati disponibili parlano di 116 omicidi di ambientalisti in tutto il mondo nel solo 2014: più di due uccisioni alla settimana. E il numero sembra essere in crescita negli ultimi anni, anche se la disponibilità di informazioni potrebbe giocare un ruolo importante nella raccolta dei dati. Come scrivono gli autori del rapporto, l’assenza di dati su omicidi in alcune regioni del mondo potrebbe essere legata alla censura o alla manipolazione dei media.

Tra le vittime, particolarmente numerose in America Latina, sono molti i membri di comunità indigene impegnate nella difesa del proprio territorio: circa il 40% dei casi osservati. Si tratta di una popolazione a rischio, spesso vittima di esclusione sociale e con scarso accesso al potere politico e ai media. “E la proporzione potrebbe essere più alta – si legge nel rapporto – dal momento che è probabile che non venga riportata l’identità di vittime indigene, e spesso questi casi si verificano in aree remote”.

IN HONDURAS: LA DIGA DI AGUA ZARCA
Il legame con le comunità indigene è stato certamente al centro delle lotte di Berta Cáceres. Lavorando con la sua associazione Copinh al fianco delle popolazioni locali, negli ultimi anni la donna aveva guidato una campagna per fermare la costruzione della diga Agua Zarca, sul fiume Gualcarque, nella regione occidentale dell’Honduras. Un progetto guidato dalla compagnia honduregna DESA con il supporto dell’azienda cinese Sinohydro, leader mondiale nella costruzione di dighe. Ma senza la partecipazione e il consenso della comunità locale, in violazione della Convenzione ILO 169, che difende – nelle nazioni che l’hanno ratificata – i diritti dei popoli indigeni all’autonomia delle decisioni. Su richiesta di alcuni membri della comunità locale, Copinh ha messo in atto una campagna di comunicazione e coinvolgimento capillare della popolazione indigena di Rio Blanco, che vive intorno al fiume. La stessa Cáceres aveva organizzato un blocco stradale di 21 mesi per impedire ai mezzi di costruzione l’accesso al cantiere. Un impegno non senza conseguenze, con attacchi ai manifestanti, minacce, torture e l’uccisione di un leader della comunità locale, Tomas Garcia, durante una protesta pacifica. Eppure, ricordava la stessa Cáceres in occasione del Goldman Environmental Prize ricevuto lo scorso aprile, le minacce non hanno fermato la protesta. E nel 2013 la campagna ha raggiunto un primo successo, con l’interruzione del contratto da parte di Sinohydro e il ritiro dei finanziamenti dell’International Finance Corporation, il ramo della Banca Mondiale che si occupa del settore privato. Una vittoria importante per il movimento indigeno, che non ha però scoraggiato del tutto l’iniziativa della DESA. Come denuncia lo stesso Copinh, l’azienda non ha rinunciato al progetto idroelettrico Agua Zarca, spostando l’impianto a poca distanza sempre sul fiume Gualcarque. L’uccisione di una figura così importante per la difesa delle comunità locali manda certamente un messaggio spaventoso agli attivisti impegnati nella tutela dell’ambiente nella regione, un’intimidazione che rischia di lasciare la strada aperta alle compagnie interessate a sfruttare la situazione.

LE FILIPPINE: L’ATTIVITÀ MINERARIA E LE PROTESTE DEI NATIVI
Oltre alla costruzione di dighe, le proteste contro le attività estrattive sono tra le più frequenti cause di conflitto ambientale. È il caso delle Filippine, il Paese con il maggior numero di omicidi di ambientalisti al di fuori del continente americano. Negli ultimi mesi del 2015, l’aumento nelle uccisioni di attivisti Lumad – un termine che indica le comunità native filippine – ha spinto migliaia di indigeni a lasciare le loro terre. I trasferimenti forzati delle comunità locali per lasciare campo libero alle attività minerarie non sono una novità in alcune regioni del Paese. Le violenze da parte di gruppi paramilitari contro gli attivisti che difendono il diritto degli indigeni alle proprie terre sembrano rientrare nella strategia di chi sostiene l’industria estrattiva, a cui finora il governo ha garantito un’ampia impunità. Tra le nazioni più ricche al mondo di metalli e minerali preziosi, le Filippine hanno liberalizzato il settore minerario nel 1995, garantendo alle industrie interessate l’accesso alle acque e alle risorse delle foreste nazionali. Secondo l’organizzazione Kalikasan-People’s Network for the Environment, meno del 10% dei ricavi ottenuti dall’attività estrattive è però rimasto nell’economia del Paese tra il 1997 e il 2013. E gli impatti sull’ambiente sono potenzialmente enormi, sia per gli incidenti sia per gli interventi delle industrie, con la deviazione di corsi d’acqua e l’inquinamento di fonti e fiumi.

PERÙ: LE VIOLENZE RIMASTE IMPUNITE
Identificare i responsabili delle uccisioni non è sempre facile, anche grazie all’impunità garantita dai governi. Non è raro che le industrie assumano milizie private per difendere i propri interessi, e la necessità di controllare con più rigore l’uso di mercenari in America Latina è stata più volte ribadita da osservatori ONU. In altri casi, gli attivisti sono uccisi durante scontri con la polizia. Nel giugno del 2009, le violenze tra le forze dell’ordine e manifestanti nella città di Bagua, nell’Amazzonia peruviana, hanno causato più di 30 morti tra poliziotti e indigeni delle comunità Awajun e Wampís, anche se il conto potrebbe essere più alto secondo fonti non ufficiali. I drammatici eventi della giornata sono rappresentati nel documentario “When two world collides”, di Heidi Brandenburg e Mathew Orzel, premiato al recente Sundance Festival 2016. Al centro del conflitto, un gruppo di decreti legislativi che avrebbero facilitato l’acquisto di terre da parte di investitori privati, eliminando la necessità per le industrie estrattive di chiedere il consenso delle comunità native. In seguito agli scontri, alcuni dei decreti sono stati abrogati, ma la responsabilità delle violenze sembra essere ricaduta interamente sui manifestanti, e nessun rappresentante del governo è stato accusato per il massacro.